31.5.06

Depeche Mode - A pain that i'm used to

Dani California

31.8.05

Jonathan Franzen - Le correzioni

Avete amato "American Beauty" ed il modo in cui Kevin Spacey si ribellava al sistema lavoro-casa-giardinaggionelweekend tipico di tante amene zoneresidenziali americane?
Avete amato "America Oggi" di Robert Altman, e la sequenza di vite puramente americane intersecate dal volo degli elicotteri su Los Angeles?
In tal caso, e solo in questo caso, dovete leggere assolutamente "Le correzioni" di Jonathan Franzen.
La luce di metà mattina di un disgelo di fine inverno, l'immobilità di una non-ora in un giorno feriale a St. Jude: Gary si chiese come facessero i suoi genitori a sopportare tutto questo. Le querce avevano lo stesso colore nero oleoso dei corvi che vi stavano appollaiati sopra. Il cielo erai dentico al selciato bianco-sale su cui anziani automobilisti arrancavano, rispettando limiti di velocità barbiturizzati, verso le loro mete: centri commerciali con pozze di neve scongelata sui tetti di carta catramata, arterie che passavano accanto ad acciaierie dai cortili fangosi, al manicomio statale e a ripetitori televisivi che infarcivano l'etere di soap opera e giochi a premi; circonvallazioni oltre le quali si estendeva un milione di acri di continente in disgelo, dove i pickup sprofondavano nell'argilla fino al semiasse, nei boschi echeggiavano colpi calibro 22 e alla radio trasmettevano solo gospel e musica country;
quartieri residenziali con lo stesso pallido bagliore a tutte le finestre, prati gialli e pieni di scoiattoli con qualche giocattolo di plastica conficcato qua e là nel terreno, un postino che fischiettava qualcosa di celtico e chiudeva le cassette con più forza del necessario, perchè la calma mortale delle strade, in quella non-ora, in quella non-stagione, poteva davvero uccidere.

Non e' solo humour nero, sarcasmo ed ironia a contraddistinguere "Le correzioni". Merito sicuro della traduttrice, ma le immagini evocate ed il modo di evocarle sono quasi ridondanti, trasudano abbondanza quasi come un panino con hamburger con tanto ketchup.
Perche' dire "un postino irlandese un pò scazzato" quando puoi dire "un postino che fischiettava qualcosa di celtico e chiudeva le cassette con piùforza del necessario"?
Jonathan Franzen in circa 600 pagine riesce a demolire quello che neanche Bin Laden è riuscito a demolire: il sistema di sicurezze che fanno andare avanti i rapporti all'interno di una famiglia americana tipica. Tramite una serie ininterrotta di "correzioni" apportate allo scorrere "normale" degli eventi così come potevano essere previsti dalla generazione precedente alla loro, tre figli adulti di una coppia di anziani coniugi riescono finalmente a ritrovare una pace interiore sottrattagli da anni ed anni di tentativi di riportarli all'uniformità perbenista e bacchettona dei genitori, anche se ognuno dei tre a modo suo.
Il "figlio prediletto", l'unico realmente realizzato nel lavoro così come vuole mammà, se ne distacca in modo traumatico; la figlia, chef bisessuale di successo, scopre quanto il padre sapesse realmente di lei solo in un barlume di lucidità della demenza senile che lo invalida; il terzo, l'intellettuale bohemien e semi-fallito, sposa una donna in grado di mantenerlo mentre scrive perpetuamente una sceneggiatura che nessuno metterà mai in scena.

Non posseggo la Einaudi, non mi verrà mai in tasca un centesimo di diritti dei 19 Euro che costano queste 599 pagine, ma leggete "Le correzioni": un vaccino contro i dispiaceri familiari, e c'è sempre una situazione o un personaggio in cui riconoscersi.

30.8.05

Agotha Kristof - Trilogia della città di K.

"Una prosa di perfetta, innaturale secchezza, una prosa che ha l'andatura di una marionetta omicida" - G.Manganelli.

Due gemelli, le atrocità e le privazioni della guerra, un'umanità che lotta per sopravvivere in un paese dall'Est europeo. I gemelli vengono affidati dalla madre ad una nonna che in realtà è una vecchia strega avara ed inacidita dall'età e dall'astio della gente del paese che la crede autrice dell'assassinio del marito. Vivono in due ma come una persona sola, inscindibili ancora di piu' di quanto non abbia fatto la natura generandoli contemporaneamente.
Anche la forma del racconto lo enfatizza: l'io narrante è infatti la prima persona plurale.
Lavorando per la nonna crescono, formando il proprio carattere in una sequenza di esercizi simili all'addestramento di un marine più che all'educazione di un bambino.

Esercizio di accattonaggio

Indossiamo abiti sporchi e laceri, ci togliamo le scarpe, ci sporchiamo la faccia e le mani. Andiamo in strada. Ci fermiamo, aspettiamo. Quando un ufficiale straniero passa davanti a noi, alziamo il braccio destro per salutare e tendiamo la mano sinistra. Nella maggior parte dei casi l'ufficiale passa senza fermarsi, senza vederci, senza guardarci.
Finalmente un ufficiale si ferma. Dice qualcosa in una lingua che non capiamo. Ci fa delle domande. Non rispondiamo; restiamo immobili, un braccio alzato, l'altro teso in avanti. Allora fruga nelle tasche, posa una moneta ed un pezzetto di cioccolato sul nostro palmo lercio e se ne va scuotendo la testa.
Continuiamo ad aspettare.
Una donna passa. Tendiamo la mano. Lei dice:
- Poveri bambini. Non ho niente da darvi.
Ci accarezza i capelli.
Diciamo:
- Grazie.
Un'altra donna ci dà due mele, un'altra dei biscotti.
Una donna passa. Tendiamo la mano, lei si ferma e dice:
- Non vi vergognate a chiedere l'elemosina? Venite da me, ci sono dei lavoretti facili per voi. Tagliare la legna, per esempio, o lucidare la terrazza. Siete abbastanza grandi e forti. Dopo, se lavorate bene, vi darò della minestra e del pane.
Rispondiamo:
- Non abbiamo voglia di lavorare per lei, signora. Non abbiamo voglia di mangiare ne' la sua minestra ne' il suo pane. Non abbiamo fame.
Lei domanda:
- E allora perchè chiedete l'elemosina?
- Per sapere che effetto fa e per osservare la reazione della gente.
Andandosene grida:
- Piccole sporche canaglie! Screanzati, fare queste cose!
Rientrando, gettiamo nell'erba alta che costeggia la strada le mele, i biscotti, il cioccolato e anche le monete.
La carezza sui capelli è impossibile gettarla.

I due bambini crescono insieme fra piccole abiezioni e prove di sopravvivenza, fino al momento in cui improvvisamente decidono di separarsi. Da questo punto non provate a tener traccia di chi sia Claus e chi Lucas. Le due vite si separano ma si fondono in una serie di prove dolorose che la vita gli presenta, e che alla fine convergono quando i due gemelli separati si riincontrano.
Non fate l'errore di pensare che sia solo un libro triste. E' come non poter fare a meno di informarsi sulla cronaca di un cataclisma naturale, qualcosa di inevitabile da cui non ci si riesce a staccare se non quando arriva da solo alla fine, come un treno che arriva alla stazione indipendentemente dalla nostra volontà.

Il treno è una buona idea.

Agotha Kristof - Trilogia della città di K. - Einaudi Tascabili - pp. 379

24.3.05

Ragu'


13.2.05

Appuntamenti

Venerdì 25 febbraio - La Palma - "54" di Wu Ming e YoYo Mundi
Mercoledì 2 Marzo - Auditorium - Gianmaria Testa
Lunedì 7 marzo - La Palma - Ginevra di Marco
Martedì 15 marzo - Palalottomatica - Elisa
Sabato 19 marzo - Qube - Malfunk
Mercoledì 30 marzo - Auditorium - Lou Reed
Lunedì 4 aprile - La Palma - Frankie Hi NRG MC
Lunedì 11 aprile - La Palma - Tetes de Bois
Lunedì 25 aprile - Qube - Porcupine Tree
Giovedì 12, venerdì 13 maggio - Auditorium - Laurie Anderson

ed infine...

Sabato 23 luglio - Stadio Olimpico - U2

Marco Paolini - Album


… La prima cosa è l’odore della sifcamina e dell’olio canforato, per scaldare i muscoli in spogliatoio; la seconda è la faccia di Tarcisio, tirà come una bestemmia muta, gli occhi rossi di chi non ha dormito; la terza è lo o spogliatoio: stretto, lungo, come un vagone; la quarta è la squadra, tutti vestiti uguali, anch’io, allora gioco anch’io; la quinta il campo di fango di Rovigo, coi pali delle porte più alti del mondo, fatti apposta per farti prendere paura; la sesta è il caligo, la nebbia; la settima è una piova che vien e che lava; l’ottava gli spari in piazza; la nona è Barbin in coma, ma par che dorma; la decima è il nostro nome: gridato in piazza come a una partita vera Jo-le, Jo-le, Jo-le, Jo-le, Jo-le, Jo-le, Jo-le! …

Pare di vederlo, il pilone, quando dice a Paolini "Mi, te copo", perchè ha perso il pallone ovale tanto faticosamente conquistato da una pozzanghera che pare una piscina, uscendo da una mischia di avversari. Il pilone, quello che fa la testuggine, bovino ed ignorante, ma pieno di una dignità ed un agonismo così lontano dagli isterismi pallonari. Guardate il Sei Nazioni, altro che quella follia collettiva che riempie e che sembra essere l'unico motivo di esistenza di tv analogica, digitale, pay per view e chi più ne ha più ne metta. Il veneto è la lingua del rugby in Italia, ma il rugby parla una lingua internazionale, fatta di rispetto per le regole e per l'avversario. Ed è la lingua di Paolini, che emoziona, fa divertire, commuove, fa riflettere, tutto da solo anche in televisione come al teatro. Una dritta: se andate a vederlo, ogni volta fa mettere un certo numero di spettatori sul palco, accanto a sè. Sentirete forse peggio, ma gusterete da vicino ogni gesto ed ogni frase.

http://www.raitre.rai.it/R3_popup_articolofoglia/0,6844,173^3399,00.html

5.2.05

La Fonoteca

La Fonoteca. Napoli, zona Vomero. Entri e ci sono dischi e alcool. Peccato non si possa fumare, altrimenti saprebbe perfetto. Puoi comprare l'unltimo remix dei Depeche Mode e sorseggiare un cocktail Martini (peccato che il Martini Dry sia mescolato al gin). Fra poco mi aspetta una festa al Madison, la mega-disco napoletana, con festa gay a tema (Priscilla, la regina del deserto, culto puro), non so come ne uscirò. Sbronzo quasi sicuramente, felice di certo, si festeggia il compleanno di Vanessa e fra poco quello della cacacazzi, che stasera e' particolarmete carina e desiderabile, peccato non avere un lettone in cui strapazzarsi a festa finita. Fra l'altro non sa che sapevo benissimo del suo compleanno, ed ho finto fino all'ultimo secondo di non saperlo. Rimane secca.

http://www.fonoteca.net/

6.1.05

Pippo Delbono - Guerra



Pippo Delbono - Guerra - Locanda Atlantide, 19 dicembre 2004

Delbono è un regista atipico, per vari motivi. E' capace di raccogliere come nulla fosse un successo enorme al Festival di Avignone ("Urlo", la scorsa estate, clamoroso) ed in giro per i grandi teatri italiani, ed andare a parlare una sera in un locale-centro sociale di San Lorenzo. Quando per caso vedo il cartoncino che annuncia la proiezione di "Guerra" non credo al fatto che possa realmente intervenire. Un'ora di immagini toccanti, che raccontano la tournee in Palestina ed Israele del suo omonimo spettacolo. Vedere un bambino con una pistola giocattolo a me fa sempre un pò strano, ma vedere bambini palestinesi che giocano con pistole giocattolo fa molto più strano. Il vecchio che inveisce contro i paesi occidentali, chiedendo perché gli abitanti di quella terra sono stati lasciati soli, invece di prendersela con "gli ebrei cattivi" afferma che si tratta di gente come loro, e che per anni hanno potuto vivere insieme. Alla fine sono mostrati anche estratti dallo spettacolo teatrale, e vedendo come sulla scena ci siano persone sofferenti a causa della guerra, a me viene da chiedere come si fa a mettere in scena uno spettacolo del genere in un posto del genere. Perciò, quando alla fine della proiezione Delbono arriva davvero, non resisto. Lui tranquillo mi risponde che fa quello che gli pare, e se ci riesce è perché ha fatto una scelta, quello di non farsi imporre nulla da nessuno e prodursi gli spettacoli da solo, anche il film l'ha prodotto da solo grazie al digitale. Poi si mette a raccontarmi di come due dei suoi attori, un minorato mentale ed un ragazzo down, hanno fatto da mediatori con le persone incontrate per strada, sia i palestinesi che i soldati israeliani si rendevano conto da subito come quei due non rappresentassero una minaccia e si mettevano a giocare con loro. Talmente atipico da aver preso in casa con sè il minorato mentale ed averne fatto un attore sensibile e commovente.

3.1.05

Roberto Del Bosco - riflessioni sul tirannicidio

Riflessioni di Wu Ming 1 sul tirannicidio

http://www.carmillaonline.com/archives/2005/01/001145.html


[...]

E' sufficiente essere eletto dal popolo sovrano per non essere un tiranno? E' sufficiente non essere eletto per diventarlo? Nel periodo 2000-2004, il sistema dei media annoverava fra i leader democratici George W. Bush (che governava senza la maggioranza del voto popolare e gravato del sospetto di brogli), mentre includeva fra i caudillos e i dittatori Hugo Chavez (che governava e tuttora governa forte della maggioranza del voto popolare, e senza brogli).

[...]

Per l'Impero britannico, George Washington era un terrorista. Per l'Impero austro-ungarico, erano terroristi i carbonari e la Giovine Italia. Per gli occupanti tedeschi, erano terroristi i partigiani.Negli anni Trenta e Quaranta del XX° secolo Yitzhak Shamir, uno dei padri della patria israeliana, fece parte di diversi gruppi paramilitari e terroristici, responsabili di attentati anti-arabi e anti-britannici, tra cui (nel novembre 1944) l'omicidio del rappresentante inglese in Egitto, Lord Moyne. Per buona parte della sua vita, Nelson Mandela è stato definito "terrorista", anche da un leader di governo europeo come Margaret Thatcher.


29.12.04

"L'opera segreta" di M. Martone



l'opera segreta
trittico da L'opera segreta e Partitura di Enzo Moscato
ideazione e regia Mario Martone
28 dicembre 2004, Teatro Mercadante, Napoli

Mario Martone è il mio regista teatrale feticcio, da quando ho visto "Edipo a Colono" al Teatro India a Roma, coi tebani che irrompono a Colono su una BMW mitra in pugno, e Teseo elegante in blazer blu e coroncina d'alloro li ricaccia ristabilendo la pace.
Per questo, mi aspettavo molto da "l'opera segreta", e all'inizio ne ho avuto conferma.
La prima parte è infatti il film realizzato per la mostra "Caravaggio, l'ultimo tempo", ed è un meraviglioso accostamento fra i quadri esposti a Capodimonte e la vita dei bassi. Le pulsazioni di un quadro come "Le opere di Misericordia" coincidono perfettamente con il brusio del vicolo e l'umanita' che lo popola. I particolari di altri quadri sono ripresi alla perfezione da inquadrature della plebe napoletana. Nel frattempo, un uomo si aggira malato, lacero ed infreddolito su una spiaggia, per poi morire ed essere trascinato via con indifferenza senza il riguardo che un artista come Caravaggio meriterebbe.
Poi però tutto cambia. Nella seconda parte la dignità del popolo lascia spazio al lamento, alla rivendicazione fine a sè stessa, nella rappresentazione del quartiere e delle sue tragedie, con l'uso pesante e difficile del dialetto. Insomma sembra un film visto infinite volte, con gente che non fa altro che "lamentarsi addosso", cosa che mi ha ampiamente stufato, e che evidentemente non può non trovare spazio a Napoli. Eppure da uno innovativo come Martone mi aspettavo di più.
La terza parte del trittico è un omaggio ad un altro grande di passaggio a Napoli, anche lui ampiamente critico nei suoi confronti, come Giacomo Leopardi. Peccato che anche lui parli in dialetto.
Basta, davvero basta con la rappresentazione della tragedia continua che si svolge a Napoli. Di denuncia ne ho piene le palle, meglio guardare oltre e contemporaneamente cercare piccole e grandi soluzioni piuttosto che rimestare nella cacca.

17.12.04

John Fante - Chiedi alla polvere

La prefazione di Alessandro Baricco alla nuova edizione Einaudi di "Chiedi alla polvere" di John Fante
http://www.oceanomare.com/ipsescripsit/articoli_letteratura/fante_polvere.htm

"Chiedi alla polvere è un romanzo costruito su tre storie. Prima: un ventenne sogna di diventare uno scrittore e in effetti lo diventa. Seconda: un ventenne cattolico cerca di vivere nonostante il fatto di essere cattolico. Terza: un ventenne italoamericano si innamora di una ragazza ispanoamericana e cerca di sposarla. Il tutto a bagno nella California. Immaginate di fondere le tre storie facendo convergere i tre ventenni (lo scrittore, il cattolico, l'italoamericano innamorato) in un unico ventenne e otterrete Arturo Bandini. Fatelo muovere e otterrete Chiedi alla polvere. Ammesso, naturalmente, che abbiate un talento bestiale. "

14.12.04

MEGLIO VITALIANO (di un italiano vero)

http://www.guidofoddis.it/mp3_testi.html
(e' un pazzo totale, ma fa morire..)

MEGLIO VITALIANO (di un italiano vero)

LASCIATEMI CANTARE CON LA CHITARRA IN MANO
LASCIATEMI CANTARE PER DON VITALIANO

Buongiorno Italia gli spaghetti al dente
un piduista come presidente
coi marocchini presi a calci dalla destra
e Bruno Vespa sempre alla finestra
buongiorno Italia con i tuoi fascisti
con i democristiani disonesti
coi preti che ai bambini insegnano l'amore
non potendo farlo con le suore

buongiorno Italia buongiorno Maria
che cresci sul balcone a casa mia
buongiorno donanche se non sei più don

LASCIATEMI CANTARE CON LA CHITARRA IN MANO
LASCIATEMI CANTARE UNA CANZONE A VITALIANO
LASCIATEMI CANTARE PERCHE' SARO' SINCERO
MEGLIO VITALIANO DI UN ITALIANO VERO

Buongiorno a Carlo Giuliani ragazzo
e alla Fallaci in astinenza di cazzo
all'operaio Peppino Gargiulo
che lo prende sempre lì nel culo
buongiorno Italia con i celerotti
con le elemosine di Pavarotti
e con chi grida "viva viva lo stato"con le mani sporche di attentato
buongiorno Italia con Radio Maria
la senti bene pure in galleria
buongiorno don
anche se non sei più don

LASCIATEMI CANTARE CON LA CHITARRA IN MANO
LASCIATEMI CANTARE UNA CANZONE A VITALIANO
LASCIATEMI CANTARE PERCHE' SARO' SINCERO
MEGLIO VITALIANO DI UN ITALIANO VERO

29.11.04

Sakamoto, 28 novembre, Auditorium di Roma



Il titolo è incompleto. Ryuichi Sakamoto E Christian Fennesz. Nel senso che il secondo interviene sulla musica del primo.
Tutta la prima parte del concerto non è male. Una volta superato il primo pezzo, in cui lo shock di vedere Sakamoto non suonare il lungo pianoforte a coda posizionato sul palco e' forte, i due si intendono bene, dando vita a un genere molto in voga: il musicista ed il rumorista. Il rumorista interviene con effetti elettronici sulle frasi di piano. Ogni tanto imbraccia una chitarra elettrica. Sakamoto suona disteso, ogni tanto si alza a percuotere con la mano le corde del piano. La cosa nel complesso e' piacevole, e si distende per circa un'ora, fino a quando i due si alzano, salutano, ed escono. Sarà una pausa, pensi, e hai la conferma con sollievo pochi secondi dopo. Ritornano per i bis, e Sakamoto attacca "Forbidden colors", fra il visibilio del pubblico. Peccato che (secondo me) lui se la ridacchi, perchè proprio quando ti stai lasciando cullare dalla melodia orientaleggiante, arrivano le pernacchie del rumorista. Non può essere vero, pensi, ed invece e' proprio così.
"Oramai sono cambiato, avete voluto il pezzo vecchio? Bene, ve lo faccio così, e pazienza se non vi sta bene".

28.11.04

I 2 ciccioni



Manlio. Il sosia di Aldo Fabrizi. Gianni. L'orco buono delle favole. I 2 ciccioni ti invitano a mangiare nella loro cucina, in mezzo alle pentole e fra gli effluvi tipici della cucina romana.
Accesso vietato a chi ha problemi dietetici o cerca le raffinatezze da nouvelle cuisine, qui si mangia in quantità smodate e con condimenti in razioni da cavallo. Quando ti fanno entrare, dopo aver aspettato al gelo perche' ci sono si e no 15 posti a sedere e non hai prenotato, tutti seduti a stretto contatto di gomito, ti sembra di entrare in una casa, non in una trattoria. "Qua ci si da' del tu", mi accoglie Gianni quando gli do' del lei, e capisci subito che vuol dire. "Vuoi un antipasto come lo famo noi?" e giù piatti di patate e cipolle, amatriciana che trabocca dal piatto, abbacchio che rischia di affogare nel fondo di cottura. Alla fine, boccheggiando, chiedi un caffè, e quando te lo serve dicendoti "di solito nun lo famo perchè con la moka è un casino farne 15", capisci che sei davvero in una casa, a 50 metri dai winebar-fashion-fighetti che prosperano a Trastevere.

25.11.04

Ludovico Einaudi, 23 novembre, Auditorium di Roma


Ludovico Einaudi, 23 novembre, Auditorium di Roma
Una vera e propria esperienza di estasi mistica. Schivo, pacato, suona proprio come ti aspetti che faccia ascoltando i suoi dischi. E infatti parte dalle esecuzioni dell'ultimo disco, "Una mattina", che rivela un nuovo aspetto della sua vita. Per me che l'ho conosciuto ascoltando "Le onde", il disco piu' noto, con il pezzo usato da Nanni Moretti in "Aprile", Einaudi era sinonimo di malinconia, di spazi vuoti, di pensieri che vagano. Ora invece racconta la sua vita familiare, gli affetti, le piccole cose di ogni giorno, popolando i suoi spazi delle suppellettili per la prima colazione, come e' evidente fin dalla copertina del suo nuovo disco.
Accompagnato da Marco Decimo al violoncello, torna poi alle vecchie produzioni, quelle che hanno creato la setta di appassionati che fra Italia e Regno Unito affolla le sue esibizioni. E allora "Eden Roc", "Luce dei miei occhi", "Fuori dalla notte", "Melodia africana", "La nascita delle cose segrete", per chiudere con "Le onde", portano allo spettatore esigente le emozioni cercate.

Altra foto di Einaudi


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